Ghino di Tacco e Radicofani:
storia e leggenda in Val d’Orcia

Azienda Agraria Chiarentana di Donata Origo

La storia di Ghino di Tacco è una delle più affascinanti tra quelle legate alla Val d’Orcia e al borgo di Radicofani. La sua figura si muove tra storia e leggenda, tra cronaca medievale e memoria letteraria, ed è ancora oggi uno dei riferimenti più forti dell’immaginario legato alla rocca e alla parte meridionale della valle.

Chi era Ghino di Tacco


Ghino di Tacco fu un celebre brigante vissuto tra il XIII e il XIV secolo, noto per le sue scorribande nei territori intorno a Radicofani e lungo la Via Francigena. La sua fama, però, non dipende solo dalle rapine o dalla sua abilità militare: ciò che lo rese diverso da altri banditi del suo tempo fu soprattutto la reputazione di uomo duro ma non privo di una propria idea di giustizia.

Ghino apparteneva infatti a una famiglia nobile senese, i Cacciaconti Monacheschi Pecorai della Fratta, ed era figlio del conte ghibellino Tacco di Ugolino. La sua vicenda personale nasce quindi in un contesto di tensioni politiche, familiari e territoriali che caratterizzavano il Medioevo toscano, molto lontano dall’immagine semplice del brigante comune.

Radicofani
<br/> in Toscana

Le origini della sua storia


Il padre Tacco, insieme ai figli Ghino e Turino e a uno zio anch’egli chiamato Ghino, praticava furti e rapine nell’area della Val di Chiana senese. Una condizione che può sembrare anomala per una famiglia di rango, ma che si inserisce nelle tensioni tra nobiltà ghibellina, Repubblica di Siena e Stato Pontificio.

L’equilibrio si ruppe definitivamente nel 1279, dopo gli scontri collegati all’occupazione del castello di Torrita di Siena. La banda di Tacco fu catturata e i membri maggiorenni, tra cui il padre e lo zio, vennero giustiziati in Piazza del Campo a Siena per sentenza del giurista Benincasa da Laterina. Ghino e il fratello si salvarono solo per la giovane età.

Radicofani e la rocca: il centro della leggenda


Dopo essere stato bandito dal territorio della Repubblica di Siena, Ghino trovò rifugio nella fortezza di Radicofani, luogo che divenne la sua base e che ancora oggi è inseparabile dal suo nome. Proprio qui la sua figura smette di essere solo storica e comincia a trasformarsi in leggenda.

La posizione della rocca, dominante e strategica, era perfetta per controllare il territorio e il passaggio dei viandanti. Per questo Radicofani non è solo il luogo in cui Ghino si nascose, ma il vero centro del suo mito. Ancora oggi visitare il borgo e la fortezza significa entrare in contatto con questa dimensione narrativa che lega paesaggio, potere e memoria. Per approfondire il borgo in sé, puoi leggere anche Radicofani, mentre per il rapporto tra rocca e paesaggio può essere utile anche la Fortezza di Radicofani e i dintorni della Val d’Orcia.

Ghino di Tacco e la Via Francigena


Le principali imboscate di Ghino avevano come bersaglio i viandanti che percorrevano la Via Francigena, uno degli assi più importanti del Medioevo. Ma la sua fama nasce anche dal fatto che non venne ricordato come un bandito qualunque.

Secondo la tradizione, Ghino di Tacco colpiva i ricchi e risparmiava i più poveri, lasciando spesso ai derubati quanto bastava per sopravvivere. È questa immagine di brigante “gentiluomo”, duro ma non crudele, ad averlo reso così famoso nel tempo e ad aver contribuito a trasformarlo in una figura quasi letteraria, simile a un Robin Hood medievale toscano.

La vendetta contro Benincasa da Laterina


La sua fama crebbe ancora di più quando decise di vendicare la morte del padre. Ghino si recò a Roma alla ricerca del giudice Benincasa da Laterina, che nel frattempo era entrato nella corte pontificia, e lo uccise. L’episodio è ricordato anche da Dante Alighieri, segno di quanto il nome di Ghino fosse già entrato nella cultura del tempo.

cavalieri
<br/> medievali che combattono

Questo è uno dei motivi per cui la sua figura supera la cronaca locale e si inserisce in un immaginario più ampio, dove la storia di un brigante di frontiera si intreccia con la grande letteratura italiana.

Il racconto del Decameron


Anche Boccaccio riprese la figura di Ghino di Tacco nel Decameron, contribuendo a fissarne l’immagine di brigante astuto e singolare. Il racconto più noto è quello dell’incontro con l’Abate di Cluny, che Ghino rapì e rinchiuse nella rocca di Radicofani, nutrendolo soltanto con pane e fave secche.

Secondo la tradizione, questa dieta curò i problemi di stomaco e di fegato dell’abate, che finì per ottenere dal papa Bonifacio VIII il perdono per Ghino. Si racconta addirittura che, grazie a questo episodio, egli fosse riabilitato e nominato Cavaliere di San Giovanni e Friere dell’ospedale di Santo Spirito.

Al di là della precisione storica di ogni dettaglio, è proprio questo intreccio tra realtà, racconto e leggenda a rendere Ghino di Tacco una figura così duratura nella memoria del territorio.

Perché Ghino di Tacco conta ancora oggi nella lettura di Radicofani


Parlare di Ghino di Tacco significa capire meglio anche il senso di Radicofani. Senza questa figura, la rocca resterebbe una fortificazione affascinante; con lui, diventa anche un luogo narrativo, carico di storie, tensioni medievali e memoria popolare.

Per questo la sua presenza è ancora oggi importante: non solo come curiosità storica, ma come chiave per leggere il carattere del borgo e del suo paesaggio. Radicofani non è soltanto una tappa panoramica della Val d’Orcia, ma anche uno dei luoghi in cui la valle mostra il suo lato più aspro, leggendario e di confine.

Ghino di Tacco e le leggende della Val d’Orcia


Sugli ultimi anni della sua vita non si sa molto con certezza. Alcune fonti lo vogliono morto a Roma, altre nei dintorni dei suoi luoghi d’origine, dopo una riabilitazione sia religiosa sia politica. Ciò che è rimasto davvero nel tempo, però, è la sua immagine: quella di un brigante inafferrabile, valoroso e fuori dagli schemi, celebrato da Dante e Boccaccio e rimasto parte del patrimonio narrativo di questa terra.

Ghino di Tacco è ancora oggi uno dei personaggi più fortemente legati all’immaginario della valle, e si inserisce bene in quel patrimonio di racconti che rendono questo territorio qualcosa di più di una semplice destinazione paesaggistica. Per approfondire questo aspetto puoi leggere anche le leggende della Val d'Orcia.

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