Ghino di Tacco
Una storia di altri tempi

Azienda Agraria Chiarentana di Donata Origo

La storia di Ghino di Tacco è una storia di altri tempi, legata indissolubilmente al borgo toscano di Radicofani.

Chi è Ghino di Tacco?


Ghino di Tacco è stato un famoso brigante nato nella seconda metà del XIII secolo – l’anno di nascita è piuttosto incerto, ma la collocazione storica è, invece, certa.

È vissuto, quindi fra il XIII e il XIV secolo, e praticava le sue scorribande nei territori intorno a Radicofani, dove aveva stabilito la sua dimora.

La sua storia, però, non è in nulla simile a quella di altri briganti.

Ghino, infatti, nasce da uno dei più importanti casati senesi, la famiglia Cacciaconti Monacheschi Pecorai, alla Fratta, un antico feudo posto tra Torrita di Siena e Sinalunga. È il figlio, assieme al fratello Turino, del conte ghibellino Tacco di Ugolino e di una Tolomei.

Radicofani in Toscana

Il padre Tacco assieme ai figli Ghino e Turino e ad uno zio, di nome Ghino anch’esso, erano soliti commettere furti e rapine nell’area della Val di Chiana senese.
Viene spontaneo chiedersi perché una famiglia nobile avrebbe dovuto esercitare questa attività illegale. Probabilmente questo avveniva in seguito al prelievo della ricchezza terriera esercitato dalla Chiesa senese a favore dello Stato Pontificio, tassa ritenuta eccessiva dai nobiluomini ghibellini della Fratta, che, facendo parte di una famiglia potentissima, godevano di una sorta di impunità nei confronti delle scorrerie che praticavano.

L’impunità, però, decade nel 1279, a seguito degli scontri collegati all’occupazione del Castello di Torrita di Siena; questi accadimenti fecero sì che la Repubblica di Siena cominciò a dare la caccia alla banda di Tacco, che venne catturata. In esecuzione della sentenza del famoso giurista Benincasa da Laterina, i membri maggiorenni della banda, ovvero padre e zio, vennero giustiziati nella Piazza del Campo di Siena, mentre Ghino e il fratello si salvarono in virtù alla loro minore età.

Nel 1290 Ghino di Tacco ricomincia l’attività di brigante e manifesta la volontà di occupare una fortezza nei pressi di Sinalunga senza l'autorizzazione del Comune di Siena, che, per contro, lo bandì dal territorio della Repubblica. Ghino, dunque, fuggì, occupando la fortezza di Radicofani, fino ad allora ritenuta impenetrabile, situata sempre nel territorio senese, ma a confine con lo Stato Pontificio. Questa divenne il suo covo e base dalla quale partivano le sue scorribande.

Erano oggetto delle sue imboscate, principalmente, i viandanti che percorrevano la Via Francigena. Ma Ghino di Tacco era un bandito sui generis, diciamo un Robin Hood ante litteram, un bandito “gentiluomo”: praticava sì furti e rapine, ma faceva in modo di lasciare ai malcapitati sempre qualcosa di cui vivere. Si informava prima della loro situazione “economica”, poi li derubava, ma non completamente, facendo in modo che rimanesse loro, comunque, di che sfamarsi. Ed è per questo che lasciava proseguire senza rapinare i poveri e gli studenti.

Questo suo operato gli procurò una certa fama, in virtù della quale decise di vendicare la morte del padre. Per questo Ghino di Tacco si recò a Roma, accompagnato da una sorta di “esercito” di circa 400 uomini, alla ricerca del giudice Benincasa da Laterina, che nel frattempo era diventato un importante membro della corte dello Stato Pontificio. Una volta trovato, come riportato anche da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia, Ghino si fa giustizia da solo decapitando il giudice Benincasa.

cavalieri medievali che combattono

Ma questo è solo il primo episodio che vede Ghino di Tacco citato dalla letteratura ufficiale. Il secondo episodio si verifica in un periodo successivo ed è riportato dal Boccaccio nel suo Decameron.

Dopo il teatrale gesto di vendetta nei confronti del giudice che aveva sentenziato la morte del padre, che non fece altro che alimentare la sua ormai affermatissima fama di guerriero imbattibile, Ghino di Tacco riprende la sua attività di brigantaggio in Val d’Orcia e dintorni.

Durante una delle sue scorribande si imbatte nell’Abate di Cluny, che era di ritorno da Roma, dove si era recato per consegnare a papa Bonifacio VIII il frutto della riscossione dei crediti della Chiesa francese. Durante il tragitto, l’abate aveva deciso di fare una sosta a San Casciano dei Bagni per usufruire dei benefici delle acque termali per curare i suoi malanni al fegato e allo stomaco.

Ghino, saputo del passaggio in zona dell’importante e ricco abate, organizzò un’imboscata e lo rapì, rinchiudendolo nella rocca di Radicofani, nutrendolo solo a pane e fave secche. Per questa particolare “dieta” che fece immediatamente passare i disturbi gastrici all’abate, si narra che Ghino di Tacco chiese ad esso solo l’equivalente di quello che avrebbe speso alle terme. Per questo speciale trattamento ricevuto, l’Abate di Cluny convinse il papa Bonifacio VIII a perdonare Ghino di Tacco per l’assassinio del giudice Benincasa, facendolo nominare addirittura Cavaliere di San Giovanni e Friere dell'ospedale di Santo Spirito.

Questo procurò a Ghino anche la riconquista della benevolenza della Repubblica di Siena.

Sugli ultimi anni della vita di Ghino di Tacco non si sa moltissimo: alcune fonti riportano che sia morto a Roma, altre, le più accreditate, nei dintorni dei suoi luoghi di nascita, conducendo una vita da gentiluomo dopo aver ricevuto il perdono papale e dopo essere stato riabilitato anche da Siena.
Quello che rimane di lui è la figura leggendaria di brigante inafferrabile e imbattibile, ma giusto e valoroso, celebrato anche dai grandi della letteratura Dante e Boccaccio.










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